Giuseppe Verdi visse in un periodo storico estremamente importante per l’Italia: si stavano infatti ponendo le basi dello stato finalmente unito che vide la luce poco più di 150 anni fa.

In qualche modo il Maestro si sentì sempre partecipe di questo profondo processo di trasformazione, tanto da far parlare di sè anche in termini patriottici.

Certamente le sue opere vennero vissute come il collante che serviva al popolo italiano per sentirsi parte di una stessa nazione, dopo i decenni di occupazione straniera.

Fu in opere come il Nabucco, i Lombardi, Attila e Macbeth che Verdi espresse il suo sincero amore per la patria e, allo stesso tempo, il dolore per il popolo che viveva nell’oppressione.

Nonostante questo forte sentimento Verdi non partecipò attivamente alla vita politica, se non soltanto dopo l’incontro con Cavour.

Nel 1848, quando l’unificazione del paese stava entrando nelle fasi decisive, il Mestro espresse per la prima volta una ferma posizione sul tema attraverso le parole scritte all’amico Piave:

“L’ora della liberazione è arrivata, capacitatene.
E’ il popolo che la desidera; e quando il popolo la vuole, non vi è nessun potere assoluto che può opporre resistenza! Potranno impedire con tutto quello che possono, coloro che credono che sia necessaria la forza, però non riusciranno più a privare il popolo dei propri diritti. Sì, in pochi anni, forse mesi, l’Italia sarà libera, sarà una Repubblica”

Non è un caso quindi che sia passato alla storia il celebre graffito che recitava “Viva V.E.R.D.I.”. Apparentemente innocuo, celava la volontà ormai sempre più condivisa del popolo: Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia!

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