Enzo Pezzani, poeta parmigiano, noto in città soprattutto per la sua produzione di poesie in dialetto, ci descrive in modo pittoresco e vivace, l’esuberante ed appassionato pubblico del Teatro Regio. Nella sua poesia “I dan l’Otello” (Danno l’Otello), riporta i feroci commenti che i loggionisti lanciavano contro i cantanti che, nella difficile arena del teatro cittadino, non si potevano permettere di sbagliare “e tutt al Regio al gh’butta adoss la cröza” (e tutto il Regio gli butta addosso la croce):

Cos’ät magnè, di barlingot? Vigliach! Vat a nascondor! Scudela carpäda! Disgrassia! At ciaparò pär sträda!

(“Cos’hai mangiato, castagne secche? Vigliacco! Vatti a nascondere! Scodella crepata! Disgrazia! Ti acchiapperò per strada!”)

L’opera era occasione di incontro per tutte le classi sociali e a tutti erano famigliari arie e parole:

Lè un coro in dovva tutti i gh’à’ un parent, genta che se na sira a te stè föra e ‘t vè zo ‘d bor’gh, o in-t-n’ostaria at la sent cantär l’Otello, al Rigolett, Fedora.”

(“è un coro dove tutti hanno un parente, gente che se una sera tu stai fuori e vai giù dai borghi, o in una osteria, la senti cantare l’Otello, il Rigoletto, Fedora.”)

Ancora oggi il Regio, con i suoi loggionisti, è un palcoscenico temuto dai maggiori cantanti del mondo.

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